I giovani di oggi al di là dei cliché
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I giovani di oggi al di là dei cliché

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Le persone anziane ci accusano di non avere voglia di fare e di non volerci impegnare. Ma è davvero così?

Di recente mi è capitato di leggere un articolo sui noi ragazzi del ventunesimo secolo. A fornire il loro punto di vista sui giovani di oggi sono state alcune persone anziane. Cercando di andare oltre i pensieri ovvi che possono venire in mente, ho cercato di interpretare le loro risposte per capire i motivi per i quali veniamo percepiti così. Ma così come? In sostanza come dei rammolliti.

Gli anziani lo sanno che siamo svegli, che abbiamo avuto la possibilità di studiare e che le informazioni oggi sono alla portata di tutti, facili da ottenere, però ci vedono come degli zombie, che vanno avanti per inerzia senza davvero darsi da fare. Insomma, siamo dei veri professionisti della parola, ma poi nella pratica ci riduciamo a osservatori passivi del mondo che ci circonda.

Prendiamo la politica, ad esempio. Non capiamo neanche l’importanza del diritto di voto che, proprio loro, hanno guadagnato in un mondo che era un po’ più difficile e chiuso di quello in cui ci troviamo a vivere oggi. È quasi scontato che pensino male di noi. Loro sono stati partigiani, hanno visto la guerra, hanno lottato per la libertà e la democrazia.

Pensano che siamo delle persone poco disposte ad accettare i lavori più umili, che non ci vogliamo abbassare a fare il cameriere perché abbiamo studiato e ci meritiamo una vita diversa. Ci rimproverano di non essere impegnati, di voler pesare sulle spalle di mamma e papà – quasi ci provassimo gusto a farlo – di non adattarci alle situazioni perché troppo pretenziosi, perché desiderosi di avere solo e subito il lavoro dei sogni.

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Probabilmente – e in parte – hanno pure ragione. Ma non è proprio vero che non abbiamo la minima voglia di rimboccarci le maniche. È falso andare in giro dicendo che non capiamo nulla della realtà che abbiamo attorno e che non vogliamo fare niente per incastrarci in questo mondo che continua a correre lasciandoci sempre indietro. È vero: non abbiamo fatto la guerra e nemmeno il ’68. Ma non siamo sdraiati: stiamo cercando di capire perché le nostre aspettative sulla vita e sul lavoro non corrispondano quasi mai alla realtà.

Sì, è anche vero che siamo stati abituati male. Cresciuti nel benessere, in una visione ovattata degli eventi. Ma non credete che siamo disinteressati. Forse smarriti, quello sì, ma alla ricerca costante di senso. Non ci nascondiamo dietro gli smartphone e i Tablet: fanno parte del flusso nel quale siamo immersi e ci aiutano a comprendere tante, troppe questioni che nessuno prima ci aveva spiegato.

Se non capiamo la politica, magari, è perché in giro ci sono troppi fantocci che ci riempiono la testa con false promesse – tra le quali sempre nuovi fantomatici posti di lavoro.

Chi ha detto che non leggiamo più? Forse, parte del tempo che passiamo davanti a quei dispositivi che tanto criticate, lo passiamo proprio a leggere. E anche se così non fosse, non è vero che siamo impassibili e inermi. Dall’ultimo rapporto diffuso durante la Giornata internazionale del Volontariato, sono un milione i ragazzi di età compresa tra i 14 e i 29 anni che si dedicano al volontariato. Non è un tentativo di impegno sociale questo? Che nome gli date, altrimenti?

Il nostro vero problema è un altro: che i nostri genitori hanno avuto una vita bella, tutto sommato agiata rispetto a quella dei loro genitori. Noi siamo cresciuti con l’idea che avremmo avuto tutto questo. Solo che la realtà è un’altra, ben diversa e lontana da quelli che sono un po’ i nostri sogni. Insomma, abbiamo scoperto di avere la bussola rotta proprio mentre ci dirigevano dove ci portavano il nostro cuore e le nostre ambizioni.

Citando la fumettista Silvia Ziche: “Scusi, mi sono persa. Mi potrebbe dire da che parte è il futuro, per favore?”. Noi ci sentiamo un po’ così. Poi, se volete continuare a sminuirci, be’, fate come vi pare.

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