Amore e altri rimedi (falliti)
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Eccoci qua, tutti noi, tutti quanti, perpetuamente spinti dall'ingiustificato ottimismo secondo cui un giorno troveremo l'amore della nostra vita.

You and me, baby, how about it?

Arriva un momento in cui ci si scontra con il favoloso mondo delle relazioni. No, ma che dico, non con le relazioni. Con l’infatuazione, con l’affetto, con l’amore, con il sesso. Arriva un momento, ne arrivano cento, e non si capisce più niente.

Siamo tutti cresciuti con il culto dell’amore, eppure l’amore è un concetto talmente ampio e complesso che tentando di darne una definizione, si finisce per sminuirlo.

Il pensiero di amore, così come ce l’hanno enunciato, è la più grande truffa della storia e arriva subito dopo quella del pensiero di felicità. Perché mentre abbiamo chiaro in testa cosa significhi essere tristi, malinconici, disperati o annoiati, non capiamo a pieno cosa significhi essere felici (forse contenti, allegri, soddisfatti?) e nemmeno cosa s’intenda con amore (essere attratti, devoti, completi?). Ognuno può trovare la sua personale definizione e avrebbe ragione. Forse perché queste sensazioni, sentimenti, emozioni, sono estremamente mutevoli e differenti.

Perché è difficile capire e comprendere un sentimento così ammirato, che è sempre sulla bocca di tutti?

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La prima cosa che dovremmo tenere da conto è che veniamo bombardati sin dalla tenera età dall’idolatria per l’amore romantico. Ci ripetono, già durante le favole della buonanotte, che un giorno verremo rapiti da qualcosa di fortissimo, qualcosa che sentiremo fin dentro le viscere, un desiderio irrefrenabile, un pensiero costante, un’unica persona, un amore per la vita. Così cresciamo vedendo film in cui la gente che s’incrocia in ascensore, s’innamora guardandosi e invecchia insieme tenendosi per mano. Poi da adolescenti ci prendiamo una sbandata per qualcuno proprio in quella maniera, farfalle nello stomaco e chiodo fisso compreso. Ma, scontrandoci con il mondo reale, capiamo che le cose non funzionano come fanno vedere in tv. Poco importa che il sogno d’amore venga spezzato o riesca a sbocciare, non è la stessa cosa: bisognerà scontrarsi con i dolori dell’amore non corrisposto, con la difficoltà di far funzionare una relazione, con l’essere succubi o dipendenti dal proprio amante, o persino solo da alcune cose legate all’amore. Comunque vada, qualsiasi demone dovremo affrontare, capiremo che la storia di Cenerentola non ha mai avuto alcun senso, perché nessuno di noi è principe o principessa.

Una volta che ci siamo scontrati con il mondo vero però, non riusciamo ugualmente ad abbandonare quel pensiero che ci accompagna dalla nostra infanzia: eccoci qua, tutti noi, tutti quanti, perpetuamente spinti da un ingiustificato ottimismo secondo cui alla fine di tutto, un giorno, senza nemmeno accorgercene, troveremo la persona che fa al caso nostro. Quella perfetta, che riuscirà a completarci, la nostra anima gemella. Una sola persona nel mondo.

Eppure non è difficile capire, osservando la nostra piccola collezione di amori, amorini e amoretti, che è possibile avere una connessione con tante persone anche molto diverse fra loro. Nella nostra vita potremmo costruire tante relazioni differenti con persone dissimili, eppure tutte potrebbero essere considerate in egual modo degli amori. Allora ecco che arriva la famosa domanda: la famigerata anima gemella di cui tutti parlano e a cui alcuni si immolano, esiste?

Lo scrittore svizzero Alain De Botton, conosciuto per i suoi innumerevoli libri e saggi sull’amore, prende una posizione molto netta a riguardo: la persona giusta non esiste. Afferma, anzi, che impuntarsi per cercare l’anima gemella vuol dire rifiutare l’amore stesso, dato che un vero rapporto di coppia si costruisce accettando le differenze, e cercando, ogni giorno, i punti d’incontro.

Perché, il gentile pubblico mi conceda questa affermazione decisamente banale, la realtà è che la persona perfetta non esiste. Né per il mondo, né per noi povere anime solitarie che vaghiamo in cerca dell’amore di cui ci hanno sempre parlato. Forse il vero problema è che ci sentiamo noi, quelli perfetti, ma faremmo meglio a smettere di crederlo. Sono simpatico, solare e disponibile, è facile stare con me disse, dieci minuti prima di avere una crisi di nervi per aver trovato sei granelli di caffè sul piano della cucina.

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Se ci abbandonassimo all’idea che siamo tutti perdutamente imperfetti, forse riusciremmo a capire più facilmente quale potrebbe essere la persona con cui vorremmo affrontare la vita. Certo, questo sarebbe il mondo ideale: quello dove tutti si conoscono e sono già scesi a patti con se stessi. Tanto perfetto quanto irrealistico. Perché l’orribile demone della solitudine ci mette fretta, ci confonde, ci fa andare bene persone che non ci dovrebbero andare bene. E se da una parte esiste una grande maggioranza di gente che starebbe col primo che passa pur di non sentirsi sola a San Valentino, c’è anche un’umanità opposta: quella delle persone che stanno talmente bene da sole che vivono ogni connessione emozionale e sentimentale come un impiccio, visto che confrontarsi con qualcuno di esterno è certamente più complesso che confrontarsi solo con noi stessi.

Ma insomma, qualunque sia la disfunzione che ci portiamo dietro, sarebbe meglio se tutti noi riuscissimo a chiudere in un cassetto quella visione romantica che rimbalza nella nostra testa sin dai tempi dei cartoni Disney. Non perché la vita fa schifo e l’amore non esiste, anzi, ma dobbiamo essere in grado di comprendere che si tratta semplicemente di qualcosa di diverso, dobbiamo affrontare l’amara verità che qualsiasi creatura umana ci farà arrabbiare, ci irriterà, ci sfinirà e ci deluderà e che anche noi, senza nemmeno accorgerci, faremo lo stesso. Saremo sempre perseguitati da un senso di incompletezza, ma questo non ha nulla a che fare con il nostro partner: non può e non deve salvarci. Dal nostro canto, dobbiamo solo scegliere di che morte morire, sì insomma, a quale sofferenza siamo disposti a sacrificarci.

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Si chiama filosofia del pessimismo, dice De Botton, ed è in grado di alleviare lo stress della pressione sulle relazioni imposta dalla cultura romantica. La nostra “anima gemella”, la persona perfetta, non è quella che condivide con noi ogni gusto o la nostra personalità, ma quella che è in grado di gestire in modo intelligente le differenze. Una persona capace di gestire il disaccordo. Dobbiamo sacrificare il concetto utopico di sintonia perfetta, accettando quello molto più pratico e tangibile della comprensione reciproca. La compatibilità non è il punto di partenza, bensì quello di arrivo.

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Francesca Pavan
Laureata in Scienze delle Merendine, afflitta da una grave disfunzione comunicativa e diversamente attrice, la leggenda narra che possa sostenere tre discorsi e cinque litigi contemporaneamente.
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